Ddl Zan: cultura social vs cultura boomer

Si sono schierati da una parte all’altra, i figli di quattro generazioni: da quella dei boomer, alla generazione X, a quella dei millennial, a quella Zeta, dei nativi digitali per intenderci.

Ognuno parla attraverso il proprio canale social, ognuno con le sue lingue, ognuno con le sue battaglie. Ognuno che la pensa in maniera differente rispetto all’altra.

Una babele di linguaggi, messaggi, opinioni.

In questi giorni di Luglio 2021 si parla di tutto, o di tutto si vuol parlare, tranne di quello che è davvero importante: la conquista di un diritto sociale.

E sulla proposta di legge, a firma di Alessandro Zan, già passata dalla Camera dei Deputati, ma ferma ad un dibattito tra blocchi contrapposti che nemmeno Usa e Russia della guerra fredda, dove, fuori e dentro il Parlamento, se ne dicono e sentono davvero di tutti i colori, talmente tanti da farci, davvero, una grande bandiera LGTB.

Ma andiamo con ordine. Cosa e perché questo decreto legge è tanto, ma tanto osteggiato?

Per la conferma di una definizione che in realtà non lo sarebbe. Concetto complesso ma è questo. Per il diritto di una donna che si percepisce uomo di poterlo essere, senza avere paura di dirlo, di mostrarlo.

Altresì: per poter dare la libertà e un diritto a chi percepisce un’identità di genere diversa da quella che possiede.

Il punto cruciale che passa per una prima accettazione di un cambiamento reale della società, che non vuole essere più definita, ma vuole essere ‘confermata’ per la sua ‘liquidità’, per il suo essere così oggi.

Per non volere etichette che non confermano chi sei, ma solo chi sembri essere.

Le generazioni definite boomer hanno costruito la società del dopo guerra basandosi su etichette: madre, padre, donna, uomo, casalinga, operaio, autista, povero, ricco, borghese. Etichette incastrate a quelle del ceto, del conto in banca e della salute. Come quelle riservate alle minoranze etniche, ai diversamente abiliti, agli omosessuali. Negli anni’80 con l’esplosione dell’HIV, l’omosessuale era già malato anche senza esserlo, per lo più ghettizzato. C’è tutta una filmografia che lo racconta, ma basti pensare a Pier Paolo Pasolini, che gridava prima del tempo, questi concetti di fluidità sia tra generi artistici che di vita. Ma in quegli anni, la vita per gli omosessuali non era facili. Cambiava poco per i ricchi e non neri. Ma erano sempre tenuti lontani. Emarginati, reclusi in una solitudine, magari dorata, ma povera di contatti umani. Penso al grande Freddy Mercury per un facile e veloce esempio, o Gianni Versace che forse nella sfortuna ha avuto la redenzione della sua immagine perché ucciso da un mitomane prima che lo facesse la malattia. Ma anche lì, la sorella Donatella racconta un’altra storia di emarginazione in una società non pronta ad un povero ‘terrone’ che voleva fare lo stilista.

Ma come è cambiata la società? Perché i boomer si ostinano a non vedere ‘giusto’ quello che l’evoluzione porta con sé?

Forse la paura del cambiamento? La paura del non controllo? Probabilmente. Un tornaconto personale rispetto a quella società che facilmente si riusciva a tenere sotto controllo ma che oggi sta sfuggendo?

Rendere legge questo decreto svincolerebbe una serie di pregiudizi, giudizi, regole, che nei fatti non ci sono più. Renderebbe vero quello che sta sfuggendo di mano a quelli che non hanno mai davvero accettato quel fratello frocio. Quelli che hanno sempre stretto i denti di fronte la mano tesa di una manager donna che fattura capitali.

La società non è più quella. E’ ancora imperfetta. Dominata da scale sociali. Dove i ricchi sono sempre più ricchi e dove i poveri sempre più poveri. Per questo motivo chi vede, chi vive le diseguaglianze ha una sensibilità maggiore rispetto a chi da quelle realtà né è rimasto lontano, ancorato a quella società raccontata nei film di Fantozzi, dove se nascevi ragioniere non potevi morire imprenditore.

Ma oggi tutto si è trasformato. Gli imprenditori più ricchi del mondo lo sono diventati senza alcuna laurea e anche senza un ufficio. La società non sta più dietro alla forma ma vuole e tende soprattutto a quella sostanza di cui purtroppo gli uomini degli anni 70, 80 e 90, hanno tralasciato.

Come anche le educazioni sociali. Tanto dibattuta è anche la richiesta all’interno del ddl Zan di un’educazione scolastica alla cultura gender. Ciò che non si conosce fa paura. Ed è vero. La scuola non può raccontare solo la favola di Renzo e Lucia, ma anche le storie vere degli intellettuali, dei musicisti dei nostri tempi, che hanno portato avanti messaggi fondamentali per la costruzione di una società che vuole evolversi ad una reale democrazia e libertà.

Costruire qualcosa da zero è difficile e questa proposta di legge ha sollevato le masse perché parla di realtà che si vivono tutti i giorni in tutti i contesti, che ha portato i millennials a schierarsi usando i canali, come i social, che sono i mezzi che usano tutti i giorni. Si parla la lingua che si conosce attraverso strumenti di uso quotidiano, è la comunicazione, la legge della comunicazione. Non si può biasimare chi lo fa o renderlo ridicolo.

Per farlo accettare, oltre a farlo diventare legge, bisognerebbe spogliare la società di tutti quegli scheletri, brutture e maschere che la costituiscono e formano. Oggi non c’è ne più bisogno e questi ultimi due anni che nella storia saranno ricordati per il buio della pandemia, lo hanno dimostrato.

Una guerra tra generazioni è la cosa più inutile che si possa fare. Trovare un vero dialogo e accettare le differenze tra padri e figli, tra uomini e donne, per renderle minime sarebbe una grande vittoria.

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