La cosa più difficile in assoluto è far capire il femminismo agli uomini. Non lo accettano da sempre e lo fanno in modi sempre nuovi e “innovativi”. Oggi, nel 2025, ve ne racconto d
Il primo: il femminismo non esiste, è una moda.
Il secondo: il femminismo è per estremiste. Pesanti, brutte e anacronistiche.
Che poi sembrano esclamazioni estrapolate da conversazioni pre-Sessantotto e invece no: confermo che sono tutte siglate 2025.
E io un’idea me la sono fatta. Leggendo, ascoltando, osservando. Le narrazioni sul femminismo – che sia moderato, di centro, di destra o di sinistra – non piacciono perché sono narrazioni che parlano di donne alle donne, non parlano di uomini.
Che novità, mi direbbe una femminista ottantenne oggi.
Quando parli di femminicidio, quando racconti di avere una RAL diversa rispetto a un uomo per la stessa mansione, cercano di rendere ridicola l’affermazione. “I femminicidi non sono poi un’emergenza ma una moda”: questa è proprio tra le ultime cose che ho letto.
“Il consenso? Ma dai, non esageriamo”.
E la RAL? “Anche un mio collega che non fa nulla ha la mia stessa RAL, e io sono uomo come lui”.
Il ruolo peggiore, in tutto questo, lo hanno i social network, dove messaggi di varia natura vengono condivisi da personaggi diversi e sostenuti da ondate di gente che spesso nemmeno conosce il significato di alcune parole.
Il tutto è davvero molto pericoloso, soprattutto se a reggere queste idee malsane ci sono grandi movimenti politici che cercano di ostacolare un pensiero differente.
Il femminismo non è una moda, non è un concetto inventato. Il femminismo nasce da un’esigenza reale, dal bisogno di generazioni a cui non era riconosciuto alcun diritto e che di fatto venivano – e vengono, in molte parti del mondo – considerate diverse solo per il fatto di appartenere a un dato genere sessuale.
Il femminismo nasce a fine Ottocento, quando le donne nelle società occidentali, nonostante esempi di grandi figure femminili che avevano saputo gestire poteri politici non indifferenti, non avevano alcun diritto: in primis quello di votare, ma anche quello di firmare una propria opera, uscire da sole, scegliere chi sposare, decidere della propria vita.
Pensate che in Afghanistan questa, ancora oggi, è la realtà. Nonostante siamo nel 2025, nonostante le donne pretendano questi diritti.
Ma siamo davvero libere?
Purtroppo le tendenze non sono per nulla rassicuranti. Basta pensare a come le donne oggi vengono “considerate”: una cantante, prima di essere brava, deve essere bella, per esempio.
Ma quante volte a un cantante uomo è stato detto “sei bello” prima di “sei bravo”? E via dicendo.
Altro esempio: lo sport, dove funziona sempre lo stesso sistema. Potrai essere la più brava del mondo, ma non avrai gli stessi soldi, gli stessi poteri o la stessa considerazione rispetto a un uomo nel medesimo ruolo, raggiunto con le stesse difficoltà, anzi forse qualcuna in meno, visto che sono “esenti” da problemi che per alcune donne diventano invalidanti.
Questa è la realtà, pericolosa.
Non chiamare le cose con il loro nome e permettere una declassificazione da parte di chi non dovrebbe permetterselo è il primo passo per normalizzare l’ingiustizia.
Ritorno all’affermazione che apre questo articolo e ve la rilancio come domanda: quanto è difficile, oggi, parlare di femminismo? Perché questa narrazione viene così tanto ostacolata? Perché i modelli più famosi non portano avanti narrazioni davvero differenti?
Perché una cantante non sottolinea che dietro la sua voce ci sono anni di studio, di difficoltà, di sacrifici? E lo stesso vale per una tennista, una pattinatrice, e via dicendo.
E per una giornalista, lasciatemelo dire.