I social non sono la vita, ma la vita non è un social

La fotografia di un piatto, dove presenta una pietanza nel modo migliore, dovrebbe essere buonissima, certo da quella foto non sentiamo né l’odore, né tantomeno il sapore, ma la vista come si suol dire, risveglia i sensi, e dunque in pochi click, quel piatto, è stato ordinato, pagato, e tra qualche minuto, un rider lo porterà fin davanti al portone di casa. Dove con estrema pigrizia, si andrà ad aprire e di fronte ci troveremo di fronte la nostra antitesi, che di pigrizia o tempo da perdere ne ha ben poco perché di consegne come la nostra ne ha da fare almeno altre venti. E noi non siamo speciali.

Ma torniamo alla pietanza, sperando che il rider non si sia schiantato, per colpa anche della nostra pigrizia, e ci troviamo di fronte a quel pasto, proprio come era stato fotografato, certo forse un po’ più misero rispetto a come lo avevamo visto. Non ha odori. Strano, forse si sono dispersi durante i minuti della consegna veloce o forse la colpa è del nostro olfatto e gusto, ancora potenzialmente reduci dal covid, anche se è passato ormai da un anno.

Il sapore. Il sapore è deludente. Molto deludente. Ma invece di ammettere a noi stessi che fa schifo quello che abbiamo ordinato. cosa facciamo? Una foto, la condividiamo su un social, (perché venuta bene) e poi, tagghiamo anche il ristorante, che a sua volta la riposta, aumentando così visualizzazioni e potenzialmente altri ordini. Ma in fondo che ci importa, in foto è venuta bene?

Sembrerebbe una gran metafora. Ma è così chiaro a tutti che non lo è. Non lo è quando compriamo un libro di quel autore che su internet ha fatto il boom di like, non lo è la crema di quel guro, nemmeno lo è quella borsa.

E di colpo, non lo sono nemmeno le relazioni. La vita, la famiglia, la costruzione della nostra realtà.

La storia che ha coinvolto un bambino, uccidendolo, è vita vera. Come il dolore che si prova. Dolore, che non è mica come l’assenza di odore di quel cibo ordinato da quel post, ma vero. Nitido come le grida, nitido come chi si sentirà per sempre in colpa di essere stato nel posto sbagliato al momento sbagliato. O peggio, nell’era sbagliata.

Tik Tok, i social di Meta, e quelli di Google, YouTube dovrebbero pagare chi guarda i contenuti dei ‘creator’, che come è lampante di nuovo non hanno creato nulla. Nessun dai tempi di Virgilio come Tacito suggeriva, creava storie nuove, ma cose già sentite, raccontava cose già ascoltate viste, certo in un modo sublime, in esametri, ma niente di nuovo può essere scritto.

Lo sapevano e credevano i nostri avi. Ma i ‘Cretor’ del 2023 pensano o credono di saperne più del medico, più del giornalista che ha passato anni su un caso, più di una scrittrice che per vincere un Nobel ha dedicato l’intera vita alla scrittura, più di chi ha studiato per diventare attore o attrice, ballerino o ballerina, cantante e cosi via.

No, nell’epoca dei social. I ‘Creator’ dall’alto del loro like, del numero dei loro follower, dei loro contenuti originali e unici, credono di saperne più di tutti gli altri, che stupidamente continuano a studiare, guardare le stelle, e provare a credere per un attimo che si possa cambiare strada, che si possa salvare anche solo un bambino su un barcone, credere nella vita, che non è questa qui, che viene mostrata da un dispositivo, estensione di noi, stessi, che ha sicuramente cambiato la concezione dello spazio e del tempo, ma essendo un media a tutti gli effetti, come tutti gli altri dalla televisione alla radio, al giornale, chiede un prezzo da pagare.

E’ questo prezzo sta diventando altissimo.

La storia delle challenge sui social non è nuova. Pericolose sotto ogni aspetto sono sotto gli occhi di tutti, per primi i genitori, che magari sono i primi a vantarsi con i colleghi dei follower dei loro figli.

Oggi una challenge ha cambiato la vita per sempre di una famiglia, sappiamo tutti come è andata, ma non è un caso isolato. L’impatto di quel bolide con una piccola smart, dove c’era una piccola famiglia, è esattamente questo: l’impatto cosi tragico e fatale della vita social che si distrugge di fronte alla vita oltre al video. Annientandola.

E così facendo si annientano relazioni, le persone non riescono a gestire l’ansia nei rapporti, hanno un bisogno costante di vedere cosa fa l’altro. Non si interessa del come lo fa. Quello forse non interessa a nessuno, ma cosa fa, con chi, dove si trova. E se anche qui la vita si inceppa con quella proiettata o resa in pixel arriva il tragico impatto, portando via tutto e causando: ansia, depressione, anoressia, bulimia, violenza, bullismo, e non ultima pedofilia.

E chi scrive, ha lavorato sui social per tanti anni. Mi sembravano straordinari. Poter parlare con chiunque nel mondo, condividere momenti belli, averne memoria, le foto del mio cane per esempio me lo fanno ancora sentire vivo, ma è solo un immagine di quello che è stato.

La vita non è un social, è un insieme di decisioni, lavoro, sogni, fato, studio, incontri, ma sono tutti reali come lo sono le malattie, le guerre, e i sentimenti belli, le giornate di sole.

Trasformare la vita in un social, che niente di dà, se non un bisogno effimero, come un piatto bello in foto ma dal orrido gusto, è quello che stanno facendo in tanti. Amandosi per finta, creando contenuti struggendosi per farli meglio e diversi di quell’altro, bullizzandosi sui social, vendendo fuffa con un customer care che non risponde o ti tratta da ebete. Distruggendoti su Twitter o su Telegram.

Non serve altro per raccontare questa epoca. Dove mai come ora forma e sostanza si sono smaterializzate per non raggiungersi mai più.

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