Domani, 25 aprile, è la festa della liberazione dell’Italia dal regime nazi-fascista che si instaurò in Italia dal 1922, esattamente dopo il biennio rosso, al 1945. Fu una liberazione tanto sognata e patita dagli italiani anti-fascisti, furono in tantissimi a scappare dall’Italia in quegli anni, tra intellettuali, scienziati ma furono anche in tanti a tornare in italia per combattere il nazi-fascismo. E tra i patriotti italiani si contano anche tante, tantissime donne di cui molte non si conoscono i nomi. Ci sono state quelle che hanno nascosto in casa anti-fascisti, ebrei. Molte hanno rischiato la vita, altre l’hanno davvero donata per renderci nuovamente liberi. Liberi anche di scegliere come chiamarci.

“In Italia per un periodo avevamo l’obbligo di scegliere solo nomi ITALIANI per i nostri figli. Io avevo chiamata la mia con un nome giapponese che dovetti poi cambiare arrivati a Roma”, mi raccontò un’antifascista di nome Topazia Alliata.

Gli anni del buio italiani, gli anni del vorrei ma non posso, gli anni delle bastonate se non facevi come volevano i fascisti. Gli anni dell’odio e del terrore. Gli anni delle deportazioni. Dove le donne, mai come prima di allora, si sono esposte in prima persone.

Irma Bandiera

E troviamo Irma Bandiera, patriota italiana che una volta catturata dalle SS, fu torturata, resa cieca, uccisa a pochi centinaia di metri dalla casa dei suo genitori e il corpo esposto allo scempio, perché in nessun modo erano riusciti ad estorcerle un nome, un luogo. Ma ancora, Gina Borellini che sin da giovanissima ha accudito soldati italiani e antifascisti. Anche lei come Irma fu arrestata, dopo la fucilazione del marito, e perse una gamba a causa delle torture, ma mai pensò di tradire il gruppo della resistenza. Non solo. Gina fu una delle prime parlamentari della Repubblica Italiana e fino alla fine dei suoi giorni ha portato avanti le sue battaglie per la difesa dei diritti di donne e lavoratori.

Ma c’è Livia Bianchi, anche lei, si sposò a soli 16 anni, con un giovane che spedito al fronte, cadde per mano degli Alleati. Rimasta sola e vedova giovanissima con un bambino piccolo, iniziò a lavorare come mondina nelle risaie di Vercelli per poi trasferirsi a Torino. Ed è lì che si avvinò agli ambienti antifascisti. Dopo l’8 settembre del 1943 fu inquadrata come ‘Franca’ nella 52nel gruppo “Umberto Quaino” della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”, fu operativa come staffetta porta-ordini e combattente nella regione montuosa del Lago di Lugano. Riuscì a scappare ad un violento rastrellamento rifugiandosi insieme ad una parte della sua brigata in Montagna. Era il gennaio del 1945. Affrontarono il freddo in condizioni disumane, scelsero poi di scendere a valle, trovando rifugio in una casa di un antifascista ma furono trovati molto presto e dopo una violenta rappresaglia catturati e condannati a morte. A lei, in quanto donna, fu resa la grazia della libertà che però rifiutò per essere giustiziata insieme alla sua brigata di resistenza. E questo la rese eroina.

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