Avevo 19 anni. Tondi tondi. Quel 2001 che nessuno ha mai più potuto dimenticare. Ed avevo appena iniziato l’università nella mia Catania, Lettere e Filosofia, indirizzo Comunicazione ed editing. Una scelta combattuta la mia. Innamorata da sempre della cronaca, dell’attualità. Delle storie. E quel settembre come dimenticarlo.

Era l’11 settembre del 2001. E quel giorno lo ricordo bene. Ricordo l’apertura del Tg5 in edizione straordinaria. Ricordo e rivedo una per una quelle immagini. L’incredulità dello stesso giornalista che le raccontava.

‘Un incidente. Un aereo di linea si è schiantato su una delle due torri. Non si sanno ancora il numero di morti…ma forse ha preso più di un piano’. E poi in diretta il secondo aereo. Al secondo areo i giornalisti di tutto il mondo avevano capito che non poteva essere un incidente ma che la terminologia giusta fosse un’altra: “Attacco terroristico” e le parole mancavano, mancavano quando si vedevano cadere corpi umani dalle torri, quando non si sentivano le urla, ma le se immaginavano. Potevamo esserci noi, io, tu. Qualunque persona.

Un attentato terroristico in diretta televisiva mondiale. Un triste record per una tragedia forse annunciata e dopo quasi vent’anni non lo sappiamo ancora. Ed è dentro questa storia che si intrecciano altre storie alcune di vita e altre di dolore per la ricerca della verità.

I primi a partire per cercare le origini di questa guerra, un’altra guerra senza confini, furono i report di tutto il mondo. In massa partirono verso la zona dove era stata collocata questa guerra da combattere: l’Afghanistan. Fino a quel momento conosciuto come uno tra i luoghi più poveri dal mondo. Dal 11 settembre 2001, invece, come il luogo dove scovare Al Qaida e Bin Laden autore del attacco terroristico agli Stati Uniti e al mondo Occidentale.

Ed è in questa storia che trova anche la morte Maria Grazia Cutuli, giovane giornalista del Il Corriere della Sera, insieme ad altri giornalisti che con lei cercavano non una, ma la verità.

Il giorno prima della sua ‘esecuzione’ aveva infatti pubblicato un articolo sulla scoperta di un deposito di gas Serin presso un sito di Farm Hada. Una sua scoperta. Il prezzo della verità tanto cercata, ricercata, è stato pagato nella maniera peggiore.

Ed oggi dopo che gli assassini sono stati individuati, arrestati e processati, non si ha ancora chiaro il movente del delitto. Si suppone che sia stato un tentativo di intimidazione nei confronti della stampa internazionale, ma la scoperta del gas da parte della giornalista avvalora le tesi che individuano un movente legato a implicazioni ben più profonde di un avvertimento politico. 

Ricordo ancora la folla che accompagnava il feretro in Duomo. A Catania. Dicono che solo in pochi sono riusciti a vederne il corpo. Che altri giornalisti, sui colleghi delle redazioni di Catania e Milano, erano travolti dal dolore. Fu portata via così a migliaia di chilometri da casa sua, da via Solferino, in un giorno di novembre. Un agguato mortale per lei e che in un colpo solo ha ucciso le sue parole, le sue idee, i suoi viaggi. E il suo amore, quello unico e di vita, che l’ha portata a raccontare al di là dei confini del mondo, quella guerra mai finita, mai raccontata bene, mai del tutto dimenticata.

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